Cos’è (e cosa non è) un Retreat

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Un viaggio nel viaggio, ecco cos’è un Retreat.

Parola inglese che significa semplicemente “ritiro” inteso proprio come l’atto di ritirarsi dal proprio ambiente comune, di lasciare a casa le etichette che ci portiamo dietro e di imparare a  vederci in un’ottica diversa. L’ottica delle possibilità.

Nonostante qualcuno stia cercando di farla passare per una novità dell’ultima ora, il Retreat é una modalità di viaggio antica, nata con i primi pellegrinaggi a scopi religiosi ed evolutasi nei moderni ritiri in località esclusive.

Il retreat è un viaggio fatto con uno scopo preciso, ovvero quella di imparare a riprendersi cura di se stesse (re-treat=ri-trattare, imparare a trattare diversamente): i temi possono variare ma la dominante è quella di ritrovare una connessione con se stesse, fare chiarezza e approfondire determinati argomenti tramite pratiche e insegnamenti condotti da un esperto in materia.

Il Retreat è un modo di staccare totalmente dalla vita di tutti i giorni, di rigenerarsi con persone che condividono con te parte delle stesse tue passioni e interessi. E’ un luogo in cui imparare ad essere te stessa, ad accettarti e ad amare quello che fai. Nel Retreat ti vedi con gli occhi delle altre partecipanti che ti fanno da specchio, senza giudizio ma con comprensione perché tutte condividono con te lo scopo del viaggio.

Attenzione però: se pensi di andare semplicemente a rilassarti, sappi che non è così.
Il Retreat è sia vacanza che lavoro: ti aspettano l’adattamento al luogo, alla presenza e collaborazione con sconosciute, nonché un arduo lavoro su te stessa. Si fanno esercizi, ci si espone, si ride, si condivide, si piange, si discute. Ci sono momenti di svago e magia – in cui si visitano posti nuovi, si sperimentano sapori locali, si fa shopping e, perché no, ci si rilassa in una spa – alternati a sessioni di lavoro spesso impegnative. E’ un percorso intensivo, una full immersion di quello che a casa potresti fare sporadicamente.  E’ un viaggio di crescita e arricchimento, sia grazie allo scambio di conoscenze ed esperienze con le altre partecipanti, sia grazie ai contenuti forniti dalla guida in questione, ovvero da chi conduce il Retreat, che prima di partire sa definirti con esattezza il percorso e i risultati che otterrai. Dalla A alla Z, senza fronzoli. Senza anche solo una di queste componenti (guida formata, programma con scopo preciso e attività dedite alternate a momenti di svago e condivisione) non è un Retreat ma un normale viaggio.

Per questo consiglio di porre massima attenzione a chi conduce un retreat: alla sua formazione, non solo sul tema che verrà trattato ma anche alla capacità di gestire e condurre in viaggio.

Perché? Perché viaggiare fa “figo”,  la crescita personale sembra l’ultima moda di cui non si può fare senza e la meditazione viene vista come un business. Basta quindi poco per capire che il Retreat, che abbina spesso tutte queste attività, è una formula allettante per chi cerca clienti e vuole farsi pubblicità.

Ma non è così. Chi non ha mia lavorato nel turismo, chi non ha mai condotto gruppi o singoli in vacanza, soprattutto all’estero, non sa cosa vuole dire prendersi la responsabilità delle vacanze delle persone e non ha la più pallida di che impegno sia organizzare un viaggio del genere.Perché il Retreat è anche questo: una vacanza, seppur faticosa sia.

Secondo la sociologia e psicologia del turismo, le vacanze sono il periodo in cui si concentra un’altissima quantità di stress, perché le aspettative sono altissime in un periodo di tempo estremamente delimitato. Quando organizzi un viaggio, ti giochi quell’arco di tempo che il tuo cliente attende con impazienza durante tutto l’anno. In più, in un Retreat hai una variante non indifferente: il cliente si affida totalmente a te mentre lavora sodo.
Tutta la durata del viaggio si gioca su un sottile equilibrio. Ci vuole amore per il viaggio, passione e conoscenza approfondita di qualsiasi tema verrà trattato e spirito di sacrificio.

Prima di decidere di organizzare viaggi per sole donne, dei Retreat di meditazione, ci ho pensato parecchio perché sapevo che avrei non solo dovuto gestire tutto nei minimi dettagli ma avrei dovuto fornire una qualità elevata del lavoro anche se fossi stata stanca o malata; avrei dovuto garantire la mia disponibilità 24/7 per tutte le domande, i dubbi e i colloqui privati. Avrei dovuto essere in grado di gestire crolli emotivi che il lavoro, se ben fatto, inevitabilmente avrebbe portato. Avrei dovuto essere certa di sostenere il peso di tutto questo: e, grazie ad una ardua preparazione che dura da anni e non certo improvvisata, così è stato.

Al terzo Retreat all’estero posso sostenere che i risultati raggiunti sono valsi tutto il duro lavoro che c’è stato nei precedenti mesi di preparazione, almeno 5 per ogni viaggio. La Luce diversa negli occhi delle partecipanti alla fine del percorso è uno dei più bei regali che abbia ricevuto.

Viaggiare è già di per se una delle attività più belle, appaganti, arricchenti che possano esistere: viaggiare con uno scopo preciso e condiviso, con la consapevolezza che stai investendo su te stessa e la tua formazione, esattamente come in un Retreat, è una gioia unica. Stai certa che alla fine non potrai fare altro che ringraziarti.

Stay blessed,

R.

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